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ROSALBA MICELI
La depressione è un problema poco riconosciuto negli adolescenti poiché
i repentini cambiamenti d'umore e del comportamento sono per lo più
considerati manifestazioni normali dell'adolescenza. Tuttavia spesso
l’esordio depressivo avviene proprio in questa fase delicata della vita
ed è legato ad una combinazione di fattori. Uno studio recentissimo, con
un approccio psicobiologico, effettuato da ricercatori dell’IRCCS
Eugenio Medea di Bosisio Parini e dell’Università Vita-Salute San
Raffaele di Milano, su un campione di preadolescenti italiani, ha
individuato alcune variabili - genetiche e psicosociali - che giocano in
sinergia un ruolo chiave nell’insorgenza del quadro depressivo.
L’ipotesi idi ricerca prende le mosse da una serie di quesiti: perché
certi adolescenti sono più vulnerabili di altri? Come riconoscere le
situazioni a rischio?
Studi precedenti hanno già evidenziato il ruolo di fattori genetici per
sintomi depressivi nei bambini e adolescenti. Ad esempio, è noto che sia
nell’uomo che nei primati, gli esemplari che possiedono un allele 5-HTT
corto, “i piccoli trasportatori di serotonina”, reagiscono dolorosamente
alle perdite affettive, hanno difficoltà a recuperare l’equilibrio dopo
una separazione, in quanto vivono ogni piccolo avvenimento come un
intenso stimolo. Anche alcune variazioni nel gene TPH2 sono state
associate a disordini emozionali.
Allo stesso tempo vi è una ragionevole prova che un clima familiare
sereno influisca sullo sviluppo emotivo del bambino e dell’adolescente,
soprattutto nella capacità di regolare le emozioni con valenza negativa
(paura, rabbia, tristezza, angoscia, esaltazione) e che l’esposizione ad
ambienti familiari particolarmente stressanti, soprattutto nelle fasi
più precoci dello sviluppo, costituisca l’humus dove si possa sviluppare
una sindrome depressiva.
La ricerca attuale ha considerato per la prima volta congiuntamente la
componente genetica (due polimorfismi presenti in due geni del sistema
serotoninergico, TPH2 G-703T e 5-HTTLPR, che regolano rispettivamente la
sintesi e il re-uptake di serotonina) e ambientale (struttura familiare
monoparentale). Lo studio, finanziato dal Ministero della Salute
italiano, ha preso in esame un campione di 607 preadolescenti italiani
di età compresa tra i 10 e i 14 anni. I genitori hanno compilato la
Child Behavior Checklist (CBCL) 6-18, un questionario che indaga diversi
sintomi emotivi e comportamentali presenti dall'infanzia
all'adolescenza, mentre le analisi genetiche sono state condotte sul DNA
estratto dalla saliva dei ragazzi, raccolta dietro consenso dei
genitori.
collegato alla “Association for Children and Adolescent Mental Health”,
indicano che varianti genetiche specifiche e contesti familiari
caratterizzati dalla presenza di un solo genitore (a causa di
separazione, divorzio o morte di un coniuge), sono dei fattori di
rischio indipendenti l’uno dall’altro, e che l'interazione tra le due
componenti incrementa sensibilmente la possibilità di insorgenza di
disturbi psicologici nei giovani.
Approfondiamo l’argomento con il dr. Massimo Molteni, Direttore
sanitario e responsabile della ricerca in Psicopatologia all' IRCCS “E.
Medea - Ass. La Nostra Famiglia” di Bosisio Parini - struttura dedicata
alla ricerca e la riabilitazione nello specifico ambito dell’età
evolutiva.
La famiglia monoparentale è stata spesso associata ad un maggior rischio
di aggressività dei ragazzi, spesso nei confronti dell'unico genitore
convivente. Questa ricerca analizza l'aspetto depressione. C'è una
relazione tra i due fenomeni?
“La questione è complessa, perché il comportamento aggressivo può
essere, in alcuni casi, espressione sintomatica all’interno di un
episodio depressivo, ma anche la manifestazione di un Disturbo della
Condotta o di un Disturbo Oppositivo-Provocatorio; e i due disturbi, per
quanto ne sappiamo, sono molto diversi nella loro origine patogenetica”.
Come agisce la vulnerabilità biologica?
“La vulnerabilità biologica è un fenomeno complesso legato a numerosi
fattori genetici. Le ricerche più recenti indirizzate allo studio della
interazione gene-ambiente, e anche la nostra si colloca in questo filone
di ricerca, evidenziano come la vulnerabilità biologica diventa
significativa solo quando interagisce con i fattori di rischio
psicosociale e viceversa. Sia il disturbo della condotta che la
depressione trovano nelle difficili condizioni sociali e familiari un
oggettivo fattore di rischio, e la famiglia monoparentale è certamente
un indicatore di rischio psicosociale e relazionale.
In un nostro precedente lavoro uscito l’anno scorso su “Developmental
Psychopatology” abbiamo evidenziato la presenza di una frequenza di
comportamenti “esternalizzanti” (tra cui i comportamenti aggressivi)
significativamente più elevata nei preadolescenti che presentavano la
simultanea presenza di più varianti genetiche specifiche - delle quali
una è proprio quella legata al trasportatore della serotonina, coinvolta
in questa ricerca - solo se interagenti con condizioni socio-familiari
di rischio”.
I risultati della ricerca suggeriscono delle ipotesi?
“Facciamo una ipotesi suggestiva: solo i preadolescenti con fattori di
rischio biologico, sia per la depressione che per il comportamento
impulsivo, manifestano comportamenti aggressivi nel corso di episodi
depressivi, in presenza di fattori ambientali “tossici” come il vivere
in famiglie disgregate. In questi casi la depressione potrebbe
accentuare la tendenza impulsiva con i conseguenti comportamenti
aggressivi e/o trasgressivi, ulteriormente facilitati dalla fragilità
del contesto ambientale del ragazzo, in cui il genitore convivente è
reso “debole”, sia sul piano educativo che relazionale, dalla crisi
coniugale”.
In ultima analisi, la famiglia monoparentale risulta particolarmente
“tossica” per la salute mentale?
“Ci sono numerosi lavori che evidenziano come la famiglia disgregata è
un importante fattore di rischio. Del resto la disgregazione familiare è
il punto di arrivo di una situazione di relazioni familiari molto
difficili che spesso durano nel tempo e che agiscono da stress cronico,
su cui poi si scarica l’evento traumatico della separazione, che, non
dimentichiamolo, è sempre un trauma per il bambino. In aggiunta, gli
equilibri relazionali e gli schemi educativi che si determinano dopo la
separazione sono spesso precari e lontani dall’essere adeguati alle
esigenze dei bambini e degli adolescenti. Non quindi la famiglia
monoparentale, ma la disgregazione famigliare causata da conflitti
relazionali, è uno dei fattori di rischio più importanti per la salute
mentale del bambino”.
Quali possibili interventi di prevenzione sono fattibili a livello
sociale?
A mio avviso ci sono tre tipi di intervento possibili: uno di tipo
culturale che rimetta al centro l’importanza della famiglia per la
salute mentale dei bambini: e questo passa pure attraverso un
ripensamento dei modelli di comunicazione sociale che vengono proposti
anche dai media; un altro di tipo sociale, di sostegno alla formazione
del rapporto di coppia: si arriva ad essere coppia e a generare figli
senza una adeguata conoscenza e preparazione sulle abilità necessarie a
vivere in una relazione di coppia in un contesto così rapidamente
modificato rispetto alle tradizioni del passato; un terzo intervento di
tipo professionale, diretto su tutte le famiglie che subiscono un
processo di disgregazione, così da poter individuare fin da subito
elementi di sofferenza nei bambini ed intervenire precocemente, prima
che si manifesti il quadro patologico conclamato”.
La ricerca ha evidenziato differenze nella suscettibilità alla
depressione tra preadolescenti maschi e femmine?
“Nel nostro campione c’è una lieve prevalenza di suscettibilità nel
sesso maschile, ma non è statisticamente significativo: è verosimile che
in un campione più vasto questa lieve differenza scompaia. Il rapporto
di prevalenza per la depressione tra maschi e femmine è di 1:1 in età
scolare e vira verso una prevalenza nel sesso femminile in adolescenza.
Il nostro campione fotografa proprio l’età di transizione tra età
scolare e adolescenza, verosimili le oscillazioni legate al
campionamento”.
+ Istituto Scientifico Eugenio Medea
+ The Association for Child and Adolescent Mental Health
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