Mauro non smette di tormentarsi le mani. È seduto sul
divano letto di un monolocale in affitto, alla periferia
di Torino. Appesa al muro di fronte, con due pezzi di
scotch, c'è la fotografia di una bambina di cinque anni
e del fratello di dieci che fanno le boccacce. "I miei
figli", dice. Non li vede da febbraio e da un mese ha
perso il posto di lavoro. "Tutto è iniziato quando io e
mia moglie, un'insegnante di scuola media, ci siamo
separati. All'inizio eravamo d'accordo: la nostra storia
era finita, non restava che lasciarci. Poi lei ha
cambiato idea e mi ha accusato di avere un'altra donna.
Urlava che ero un bastardo, che volevo fregarla. Giuravo
che si sbagliava, la pregavo di ragionare ma ripeteva
che l'avrei pagata".
Da allora Mauro, 39 anni, un buon curriculum da
informatico, non ha più visto o sentito i figli. Ha
sporto anche denuncia, per sbloccare la situazione, ma
non è servito. "Se citofono sotto casa, la mia ex
minaccia di sparire con i bambini. Se telefono,
riappende". Di più: "A settembre è andata dal mio
titolare coperta di lividi. Ha detto che l'avevo
picchiata, anche se in verità non la vedevo da tempo.
Lui mi ha difeso, ha assicurato che non le credeva. Ma
alla scadenza del contratto, non me lo ha rinnovato".
Anzi: non gli ha concesso nemmeno un ultimo chiarimento:
"Come fossi un ladro, un delinquente. Uno che ha
rovinato la propria famiglia, e può far danno
all'azienda".
Divorzio e distruggo. È questa, sempre
più spesso, la strategia di chi si lascia.
Annientare l'ex coniuge. Colpirlo a 360 gradi:
dal fronte economico a quello psicologico. Oltre ogni
limite e buon senso.
Manovrando i figli con
spaventosa lucidità. Aizzandoli contro l'altro
genitore. Calpestando, nella smania di vendetta,
chiunque si opponga. "Il tutto", dice la psicologa
Irene Bernardini
, fondatrice del centro milanese 'Gea-Genitori
ancora', "con un accanimento mai visto prima". Calunnie
e ripicche, manipolazioni e crudeltà, spiega, sono
"figlie di una società dove si litiga per principio. Ci
si scanna al lavoro, tra amici. Anche in politica
trionfa il modello del rissare sempre. Logico che i
sentimenti seguano gli stessi binari. Persino quando,
con un pizzico di pazienza, ci sarebbero soluzioni
ragionevoli".
I numeri confermano. Se nel 1996 i
divorzi erano 32 mila 717, nel 2006 (ultimo dato Istat
disponibile) sono diventati 49 mila 534, con un più 2
mila 498 rispetto all'anno precedente. Uno scenario nel
quale il 60,1 per cento degli ex coniugi ha fatto i
conti con la presenza di figli (46 mila 586 in totale,
dei quali 23 mila 940 minori). Ma nonostante ciò, o
forse proprio per questo, il 14,4 per cento delle coppie
è arrivato alla separazione giudiziale e il 20,2 si
logora in divorzi conflittuali. "Un calvario", dice
Paola, 35 anni, ligure, dirigente di una multinazionale
farmaceutica. La sua, all'inizio, è la favola borghese
di una bocconiana che sposa un giovane notaio. I due
smaniano per avere un figlio, che però non arriva. "A
quel punto", spiega, "mi sono rassegnata. Ho pensato
fosse il destino e ho investito tutto su mio marito".
Lui invece no: "All'improvviso mi ha confidato di avere
una relazione. E non l'ha detto per onestà: doveva
lasciarmi, perché l'amante era incinta di sette mesi".
Mossa dalla rabbia, la signora è andata oltre il lecito.
Ha tempestato il marito di telefonate e minacce. Ma lui
l'ha superata: "Si è inventato che, da sposati, avevo
rapporti sessuali con minorenni, facendolo confermare da
un nipote complice". Così, per avvelenare il clima e
metterla all'angolo. "La parola esatta è patologia",
afferma
Vittorio Cigoli, docente
all'università Cattolica di Milano e autore del saggio
'Psicologia della separazione e del divorzio' (Il
Mulino). "In certi casi la perversione cresce nel
matrimonio ed esplode con la separazione. Altre volte è
l'abbandono a fare da detonatore. Ma il risultato non
cambia: chi esce a pezzi da un matrimonio non trova
solidarietà". La ragione, secondo Cigoli, è che "il
divorzio è diventato un atto banale. Non colpisce la
fantasia e non commuove. Insomma: non interessa".
I risultati finiscono spesso in cronaca.
"Liti davanti al figlio: chiesto il rinvio a giudizio
per genitori che divorziano", titolava giorni fa il
'Corriere della sera'. Nello stesso periodo entra in
carcere Diego Volpe Pasini, leader del movimento
politico 'Sos Italia' (accusato di non versare gli
alimenti all'ex moglie) e le agenzie di stampa battono
altre notizie di sangue e violenza. Come quella di S.
N., 37 anni, catanese, che per l'affido dei figli ha
ucciso a coltellate l'ex moglie. O quella
dell'imprenditore di Ferrara che, folle di risentimento,
ha rinchiuso quattro giorni in casa l'ex moglie e i due
figli. "Storie estreme, aggravate dai limiti del nostro
sistema giudiziario", dice il matrimonialista Cesare
Rimini. "Un giudizio più rapido smorzerebbe la
conflittualità, ma i tempi sono lentissimi": tre mesi
per accedere all'udienza presidenziale (che avvia la
separazione), più i tre anni tassativi per accedere al
divorzio, più i 6-9 mesi che passano in media tra la
prima udienza e l'istruttoria, più il tempo
imprevedibile per una sentenza definitiva. Un incubo.
Complicato, se possibile, da due considerazioni: "La
prima", dice Marzio Barbagli, sociologo all'università
di Bologna, "è che in Italia ci sposiamo sempre più
tardi, per cui è difficile riciclarsi dopo il
fallimento. Secondo, molti si separano ma non
divorziano, prolungando così il livore".
La conferma si trova online, cliccando
sul forum del sito www.amando.it. Qui centinaia di ex
coniugi avviliti, impauriti ma anche furibondi,
confrontano le loro storie. Si va dalle questioni
economiche ("Avvocato, quanto mi costi?", scrive Joker,
lamentando i 2 mila euro per una separazione
consensuale) ai rimpianti generazionali ("Non è più come
una volta, che se c'era un problema in famiglia si stava
insieme e lo si risolveva", sostiene Pallina). Fino allo
snodo cruciale: i figli. Amati, amatissimi. Desiderati
all'inverosimile quando negati. Ma anche scagliati a
piena potenza contro il coniuge nemico. Scrive Laura 45:
"Non so come reagire, sono distrutta. Sbatto la testa
contro il muro per non pensare. Il mio ex marito ha
deciso di farmi impazzire. Nel fine settimana tiene con
sé nostro figlio, che ha sette anni, e lo tratta da
schifo: d'inverno lo fa uscire in maniche corte,
d'estate lo porta sulla spiaggia senza spalmargli la
crema. Una volta si è distratto, e il bambino è stato
investito da una motocicletta". Per giunta, continua,
"non riesco a parlare con mio figlio quando è con il
padre: tiene sempre il cellulare spento. O, se risponde,
si vendica con il ragazzino: gli molla ceffoni e urla
che è nervoso perché non lo lascio in pace".
Episodi simili sono comuni, sul tavolo degli avvocati.
Anche se in teoria, sul fronte dell'affido, la
situazione è migliorata. Fino al 2006 la legge prevedeva
che il giudice scegliesse il genitore a cui destinare i
figli, premiando spesso la madre. Ora invece, con la
legge 54, il magistrato valuta in primis l'ipotesi che i
figli minori siano affidati a entrambi i genitori.
"Soluzione impeccabile sulla carta, molto meno nella
pratica", dice l'avvocato Maria Pia Sabatini, vicario
responsabile alla Commissione famiglia del Consiglio
dell'ordine di Roma. Certo, aggiunge, "è importante che
le responsabilità siano condivise. Ma a parte i cambi
linguistici - da'affido congiunto' ad 'affido
condiviso', da 'genitore affidatario' a 'genitore
collocatario'- poco si è modificato. I figli vivono con
un genitore, solitamente la madre. E il padre resta
escluso dalle scelte quotidiane".
Anche da questo, dicono gli psicologi, derivano sfiducia
reciproca e desiderio di delegittimazione. Eccessi che
si ritrovano, tali e quali, in una serie di sindromi,
studiate negli Stati Uniti e rimbalzate in Italia. Ad
esempio quella della Madre malevola (Divorce realated
malicious mather), focalizzata dal professor Ira Daniel
Turkat della University of Florida, ed esposta da Anna
Oliverio Ferraris nel saggio 'Dai figli non si divorzia'
(Mondadori). Si tratta, scrive, di "un'anomalia globale
del comportamento", basata "sulla manipolazione
psicologica dei figli, la vessazione del partner
attraverso gravi accuse infondate e la disponibilità ad
andare anche contro la legge".
Ancora più subdola, giura chi l'ha subita, è la
Sindrome di alienazione genitoriale (Parental
alienation sindrome), dove la madre o il padre
indottrinano i figli per screditare l'ex coniuge. "Il
fatto che i ragazzi veicolino le calunnie", spiega Mario
Andrea Salluzzo, psicologo e segretario della
Federazione italiana per la bigenitorialità (Fe.N.Bi),
"le rende più verosimili". Ma il discorso non cambia:
"La sfida è trasformare il divorzio da zona di conflitto
a luogo di incontro. Non servono le guerre sante tra
uomini e donne: dobbiamo unirci per una riforma del
diritto". Un'esigenza sentita anche in Parlamento, sia a
destra che a sinistra. Lo scorso dicembre, la
commissione Giustizia del Senato ha approvato le "nuove
norme sulla materia dello scioglimento del matrimonio",
incentrate sul passaggio al divorzio breve (da tre a un
anno di attesa). Poi il governo è caduto, ma il testo è
stato ripescato dal ministro ombra Pd delle Pari
opportunità Vittoria Franco. Il tutto mentre Gabriella
Giammanco, deputato del Pdl, presenta una proposta di
legge sulla " maggiore tutela ai coniugi separati o
divorziati non affidatari dell'abitazione" (la casa,
dato Istat, va nel 58 per cento delle separazioni alla
moglie, nel 21,1 ai mariti nel 20,9 a nessuno dei due).
"Rimane un problema a monte", dice l'avvocato
matrimonialista Sabatini: "La legge non prevede, come
per il diritto societario o del lavoro, una fase
preliminare al giudizio. Se così fosse, eviteremmo gran
parte degli 80 mila procedimenti annuali: non solo
onerosi per lo Stato - che ci mette magistrati,
cancellieri e ufficiali giudiziari - ma anche
massacranti per chi li vive sulla propria pelle".
Tutta gente che, prima o poi, incroci al secondo piano
del Tribunale civile di Roma, dove partono le
istruttorie per separazioni e divorzi. La confusione è
totale, in questo vecchio corridoio. Urlano gli avvocati
in cerca dei clienti. Urlano ex mogli ed ex mariti come
fossero nella cucina di casa. Urlano anche i bambini,
straniti dalla situazione. E lo stesso accade nelle
stanze dei giudici, dove le udienze si svolgono a porte
aperte. Su un tavolo, impilate alla bene e meglio, ci
sono le cartelline delle pratiche. I legali vanno e
vengono, toccano e ritoccano per assicurarsi di non
essere superati dai colleghi. Poi entrano con gli
assistiti e scoppia la bagarre.
In questo dramma collettivo, seduto in un angolo,
stranamente in silenzio, aspetta il suo turno Claudio,
40 anni, ex sottufficiale dell'esercito alla soglia del
divorzio. "L'errore", racconta, "è stato non credere a
mia moglie. Un giorno mi ha detto: se continui ad andare
in missione, finisce che io e tuo figlio ti cacciamo di
casa. Le ho risposto che era la mia vita, che non sapevo
fare altro. Ma lei insisteva: voleva che mi congedassi e
diventassi una guardia giurata. Finché, effettivamente,
ha chiesto la separazione. Con un'aggravante: mi ha
denunciato per abusi sessuali su mio figlio". L'accusa,
racconta il suo avvocato, è presto caduta. Ma
dall'esercito Claudio se n'è andato per vergogna,
riciclandosi proprio come guardia giurata.
"L'allarme è culturale, ancor prima che
sentimentale", spiega la matrimonialista
Anna Bernardini De Pace, "La
generazione di uomini e donne dai 40 ai 45 anni ha i
problemi peggiori. Le signore, cresciute nel boom
economico, non sanno cosa farsene dei coetanei
carrieristi. Loro stesse sono in carriera: quindi li
mollano e puntano sugli over 50, più utili per le
relazioni sociali". Quanto agli uomini, dice Bernardini
De Pace, "sono un misto di infantilismo e aggressività:
due fattori che, nel divorzio, provocano danni enormi".
Lo riconosce anche Giorgio Ceccarelli,
fondatore dell'associazione nazionale 'Figli negati' e
protagonista di azioni clamorose: dalla protesta dei
padri in parrucca sotto al ministero delle Pari
opportunità, al travestimento da Batman per sostenere
Jason Hatch, il padre separato che, agghindato da
supereroe, ha urlato la sua disperazione dal balcone di
Buckingam Palace: "È vero che la giustizia premia le ex
mogli", dice Ceccarelli. "È vero che molti uomini
finiscono senza soldi e possibilità di vedere i figli.
Ma non dimentico i padri carogna: quelli inesistenti
dopo la separazione, o che non pagano gli alimenti".
Anche di questo, assicura, si parlerà nei prossimi due
appuntamenti dell'associazione: la marcia del Daddy's
Pride del 22 marzo e il convegno 'L'Italia disarma i
padri', dove avvocati e psichiatri si confronteranno in
Campidoglio.
L'obiettivo concreto, non solo di Ceccarelli, è il
ripensamento della macchina statale attorno al divorzio.
"L'ideale", dice il ministro ombra Vittoria Franco,
sarebbe un tribunale della famiglia: "Una struttura che
decida tutto, dai divorzi agli affidi". Sulla stessa
linea Maria Elisabetta Alberti Casellati,
sottosegretario alla Giustizia, che ha annunciato un
progetto di legge "entro fine dell'anno, massimo inizio
2009". Ma le buone intenzioni non appagano gli addetti
ai lavori: "Si parla, si progetta e si realizza poco",
dice l'avvocato Sabatini. "Basti pensare ai mediatori
familiari, in teoria utilissimi, in pratica poco
utilizzati".
L'argomento è scivoloso, concordano tutti. Di 'esperti
mediatori' si parla ufficialmente per la prima volta
nella legge 54 del 2006, dove spuntano questi
professionisti (esterni ai tribunali) ai quali i coniugi
possono rivolgersi per accordarsi. "Poi è mancato il
rigore", dice Irene Bernardini, lei stessa mediatrice.
"La categoria non ha un codice deontologico, e certe
scuole di formazione sono a dir poco discutibili".
Trovare sponde affidabili, insomma, non è automatico.
"Anche un fruttivendolo, per paradosso, potrebbe
inventarsi mediatore", ammette Luigi Zammuso, presidente
dell'Associazione italiana mediatori familiari (A.i.Me.F),
"ma questo non significa che siamo tutti ciarlatani.
Anzi. La nostra struttura (a cui aderiscono 695
iscritti, dagli 85 della Puglia ai 3 dell'Umbria), punta
in primo luogo su un protocollo etico condiviso. Che,
ovviamente, è efficace se abbinato alla ragionevolezza
dei coniugi".
Un presupposto tutt'altro che scontato. "Divorziare",
ricorda nel suo ultimo saggio Robert E. Emery, docente
alla University of Virginia, è un lutto devastante; uno
choc a base di "scorie tossiche" (vedi riquadro sopra).
"Ma anche una guerra fatta di astuzie infami", racconta
Emanuela, quarantenne notaio napoletano. La sua vicenda,
per una volta, non è segnata dallo scontro sui figli.
"Mio marito, un politico, ha deciso di lasciarmi per una
compagna più giovane", dice. "Da parte mia avrei potuto
accettarlo: non era un matrimonio entusiasmante. Ma alla
spartizione dei beni, il mio ex pretendeva che lasciassi
la casa". Come punto d'incontro, lei propone di spaccare
in due l'appartamento. Ma il marito non accetta. Al
contrario: "Per farmi cedere, ha costruito un dossier
con notizie riservate sul mio lavoro. E ha minacciato di
spedirlo alla concorrenza".
Ricordi squallidi, li definisce Emanuela. Ha appena
traslocato nella nuova casa, sta partendo per un viaggio
esotico e si sente "serena, prontissima a incontrare
nuove persone". Ma soprattutto determinata a colpire
l'ex marito. "Lo dico senza vergogna: mi vendicherò.
Potete darmi torto?".