|
http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/genova/2009/03/10/1202142080527-ex-sospettato-pedofilia--lei-non-vede-figlio-13-mesi.shtml
|
L’ex è sospettato di pedofilia. Lei non
vede il figlio da 13 mesi |
 |
«Mio figlio me lo hanno tolto il 22 gennaio 2008, più di
tredici mesi fa, e da allora non l’ho più visto. Ha compiuto otto anni
ad agosto, e non ho neppure potuto mandargli un regalo». Simona, 43
anni, è la madre di Luca, entrambi i nomi sono di fantasia perché quella
che raccontiamo è una storia di pedofilia. Una storia avvenuta in un
paesino vicino a Torino ma che riguarda anche Genova, dove la donna si è
dovuta trasferire.
Tutto ha inizio nell’ottobre 2007, quando in seguito alla denuncia di
una bambina la Procura di Torino comincia a indagare con discrezione su
un impiegato, il padre di Luca. I racconti della vittima delle sue
“attenzioni” appaiono credibili, e le testimonianze di altre bambine
fanno capire che c’è qualcosa di concreto. In qualche modo emerge il
sospetto che anche Luca - il figlio - possa essere coinvolto nelle
deviazioni del padre. A gennaio l’uomo viene arrestato e alla moglie,
interrogata a lungo, viene comunicato che il bambino deve essere
allontanato da casa e messo in una comunità.
«Sul momento non ci potevo credere - racconta Simona - ma pensavo che le
cose si sarebbero chiarite». Non è così. La confessione del marito la
lascia schiantata e incredula, e la testimonianza di una bambina di
dieci anni, su un episodio accaduto cinque anni prima, aggrava anche la
sua posizione. «Ha raccontato che un pomeriggio, a casa nostra, le
offrii una camomilla, e che quando si svegliò mio marito la stava
toccando. Così mi accusano di averla drogata. Ma è assurdo, quella era
una semplice camomilla».
La Procura chiede l’arresto anche di Simona, accusata di complicità col
marito e comunque di non avere “voluto vedere” che lui era un pedofilo.
«Il mio ex marito, perché ho chiesto la separazione - precisa lei - non
ha mai toccato mio figlio. E i tre episodi con le bambine sono successi
o quando io non c’ero o quando eravamo in gita con altri genitori, tutti
insieme. Nessuno si è accorto di niente».
L’uomo si trova in carcere in attesa del processo. Anche le eventuali
responsabilità di Simona saranno decise dai giudici, ma quello che lei
non riesce ad accettare è che non le lascino vedere Luca. «Vogliono
usarlo come teste al processo - dice - continuano a interrogarlo, a
tormentarlo. Lo hanno videoregistrato decine di volte e non ha mai
raccontato niente, perché non c’è niente da raccontare; mio marito ha
detto di non averlo mai toccato, perché i maschietti non gli
interessavano, e ha confermato che io non c’entro niente; ci avevano
anche intercettato per due mesi, prima di arrestarlo, con le microspie
in casa, e non era emerso nulla».
Le procedure, facciamo osservare, possono sembrare crudeli ma servono a
tutelare il bambino: va isolato per poter raccogliere un racconto non
condizionato. «Va bene - concede Simona - ma per quanto? Un mese? Due
mesi? Tre mesi? Ho chiesto un incidente probatorio proprio per fissare
una volta per tutte il racconto di mio figlio. La risposta è stata
l’apertura della procedura di adottabilità».
In pratica, il Tribunale dei Minori ha cominciato a verificare se Luca
possiede i requisiti per essere adottato. Ed è questa prospettiva,
quella di perdere il figlio per sempre, che fa piangere a Simona lacrime
di disperazione e di rabbia. «Mi sono sottoposta a tutte le perizie,
vado dallo psicologo, ho fatto tutto quello che mi hanno detto, per
riavere mio figlio. Ma ora, se me lo portano via, cosa farò?».
Simona ha perso tutto: il marito, il figlio, il lavoro, la casa. Quando
il bambino è stato affidato a una comunità di Torino, il tribunale le ha
imposto di lasciare la città, cosa che lei ha fatto trovando ospitalità
dai parenti a Genova. «Lavoravo in un ristorante e vivevo in una casa
per la quale pagavo il mutuo. Ho dovuto lasciare il lavoro, la casa è
stata sequestrata per tutelare le vittime di mio marito, in vista di un
risarcimento. Peccato che senza lavoro non posso più pagare il mutuo, e
la casa finirà alla banca. Anche le vittime finiranno per rimetterci».
Una situazione kafkiana che ora rischia di causarle altri problemi.
«Mia sorella, che vive qui a Genova, ha chiesto l’affidamento del
bambino. Non le hanno nemmeno risposto. In ogni caso, visto che io ora
sono a Genova, le direbbero di no. Ora un altro parente, che sta a
Torino, ha fatto domanda. Se non vogliono ridarmi Luca, potrebbero
almeno farlo stare con delle persone alle quali è legato».
Simona mostra un disegno del figlio, l’unico contatto avuto con lui da
più di tredici mesi. La ringraziava per un regalo che gli aveva mandato.
«Poi mi hanno vietato anche quelli. Vogliono cancellarmi, vogliono che
mi dimentichi». Ma un bambino di otto anni può dimenticare la madre?
«Ogni tanto ricevo sue notizie. È brutto dirlo, ma si fa la pipì e la
cacca addosso. Sa cos’ha detto agli assistenti? Ha detto “Il giorno più
fortunato della mia vita sarà quando rivedrò mia madre”. E un’altra
volta ha detto “Manco da casa da tanto tempo, ormai avranno un altro
bambino”».
Nelle indagini per pedofilia il primo, supremo interesse è quello del
minore. Resta da capire se sia davvero nel suo interesse essere
completamente strappato alla famiglia e a una madre che comunque, fino
al terzo grado del processo, va ritenuta innocente. Fa pensare il fatto
che Annamaria Franzoni, condannata in secondo grado per l’omicidio del
figlio di tre anni, abbia potuto vivere con gli altri due figli fino
alla sentenza di Cassazione, e che continui a incontrarli. Mentre
Simona, sospettata di complicità con il marito, da quasi quattordici
mesi non può neppure vedere il suo Luca.
claudio paglieri |
|