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L’ex è sospettato di pedofilia. Lei non vede il figlio da 13 mesi

«Mio figlio me lo hanno tolto il 22 gennaio 2008, più di tredici mesi fa, e da allora non l’ho più visto. Ha compiuto otto anni ad agosto, e non ho neppure potuto mandargli un regalo». Simona, 43 anni, è la madre di Luca, entrambi i nomi sono di fantasia perché quella che raccontiamo è una storia di pedofilia. Una storia avvenuta in un paesino vicino a Torino ma che riguarda anche Genova, dove la donna si è dovuta trasferire.

Tutto ha inizio nell’ottobre 2007, quando in seguito alla denuncia di una bambina la Procura di Torino comincia a indagare con discrezione su un impiegato, il padre di Luca. I racconti della vittima delle sue “attenzioni” appaiono credibili, e le testimonianze di altre bambine fanno capire che c’è qualcosa di concreto. In qualche modo emerge il sospetto che anche Luca - il figlio - possa essere coinvolto nelle deviazioni del padre. A gennaio l’uomo viene arrestato e alla moglie, interrogata a lungo, viene comunicato che il bambino deve essere allontanato da casa e messo in una comunità.

«Sul momento non ci potevo credere - racconta Simona - ma pensavo che le cose si sarebbero chiarite». Non è così. La confessione del marito la lascia schiantata e incredula, e la testimonianza di una bambina di dieci anni, su un episodio accaduto cinque anni prima, aggrava anche la sua posizione. «Ha raccontato che un pomeriggio, a casa nostra, le offrii una camomilla, e che quando si svegliò mio marito la stava toccando. Così mi accusano di averla drogata. Ma è assurdo, quella era una semplice camomilla».

La Procura chiede l’arresto anche di Simona, accusata di complicità col marito e comunque di non avere “voluto vedere” che lui era un pedofilo. «Il mio ex marito, perché ho chiesto la separazione - precisa lei - non ha mai toccato mio figlio. E i tre episodi con le bambine sono successi o quando io non c’ero o quando eravamo in gita con altri genitori, tutti insieme. Nessuno si è accorto di niente».

L’uomo si trova in carcere in attesa del processo. Anche le eventuali responsabilità di Simona saranno decise dai giudici, ma quello che lei non riesce ad accettare è che non le lascino vedere Luca. «Vogliono usarlo come teste al processo - dice - continuano a interrogarlo, a tormentarlo. Lo hanno videoregistrato decine di volte e non ha mai raccontato niente, perché non c’è niente da raccontare; mio marito ha detto di non averlo mai toccato, perché i maschietti non gli interessavano, e ha confermato che io non c’entro niente; ci avevano anche intercettato per due mesi, prima di arrestarlo, con le microspie in casa, e non era emerso nulla».

Le procedure, facciamo osservare, possono sembrare crudeli ma servono a tutelare il bambino: va isolato per poter raccogliere un racconto non condizionato. «Va bene - concede Simona - ma per quanto? Un mese? Due mesi? Tre mesi? Ho chiesto un incidente probatorio proprio per fissare una volta per tutte il racconto di mio figlio. La risposta è stata l’apertura della procedura di adottabilità».

In pratica, il Tribunale dei Minori ha cominciato a verificare se Luca possiede i requisiti per essere adottato. Ed è questa prospettiva, quella di perdere il figlio per sempre, che fa piangere a Simona lacrime di disperazione e di rabbia. «Mi sono sottoposta a tutte le perizie, vado dallo psicologo, ho fatto tutto quello che mi hanno detto, per riavere mio figlio. Ma ora, se me lo portano via, cosa farò?».

Simona ha perso tutto: il marito, il figlio, il lavoro, la casa. Quando il bambino è stato affidato a una comunità di Torino, il tribunale le ha imposto di lasciare la città, cosa che lei ha fatto trovando ospitalità dai parenti a Genova. «Lavoravo in un ristorante e vivevo in una casa per la quale pagavo il mutuo. Ho dovuto lasciare il lavoro, la casa è stata sequestrata per tutelare le vittime di mio marito, in vista di un risarcimento. Peccato che senza lavoro non posso più pagare il mutuo, e la casa finirà alla banca. Anche le vittime finiranno per rimetterci». Una situazione kafkiana che ora rischia di causarle altri problemi.

«Mia sorella, che vive qui a Genova, ha chiesto l’affidamento del bambino. Non le hanno nemmeno risposto. In ogni caso, visto che io ora sono a Genova, le direbbero di no. Ora un altro parente, che sta a Torino, ha fatto domanda. Se non vogliono ridarmi Luca, potrebbero almeno farlo stare con delle persone alle quali è legato».

Simona mostra un disegno del figlio, l’unico contatto avuto con lui da più di tredici mesi. La ringraziava per un regalo che gli aveva mandato. «Poi mi hanno vietato anche quelli. Vogliono cancellarmi, vogliono che mi dimentichi». Ma un bambino di otto anni può dimenticare la madre? «Ogni tanto ricevo sue notizie. È brutto dirlo, ma si fa la pipì e la cacca addosso. Sa cos’ha detto agli assistenti? Ha detto “Il giorno più fortunato della mia vita sarà quando rivedrò mia madre”. E un’altra volta ha detto “Manco da casa da tanto tempo, ormai avranno un altro bambino”».

Nelle indagini per pedofilia il primo, supremo interesse è quello del minore. Resta da capire se sia davvero nel suo interesse essere completamente strappato alla famiglia e a una madre che comunque, fino al terzo grado del processo, va ritenuta innocente. Fa pensare il fatto che Annamaria Franzoni, condannata in secondo grado per l’omicidio del figlio di tre anni, abbia potuto vivere con gli altri due figli fino alla sentenza di Cassazione, e che continui a incontrarli. Mentre Simona, sospettata di complicità con il marito, da quasi quattordici mesi non può neppure vedere il suo Luca.
claudio paglieri

 

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