Di Antonio Carnevale e
Cristina Bassi
Più presenti con i figli, meno passivi come educatori, competitivi nei
confronti delle compagne. L’argomento è ghiotto: sociologi, scrittori,
registi ne vanno pazzi. Raccontare i nuovi padri è ormai un genere
letterario e cinematografico. Cercare di definirli sarebbe come cercare
di classificare il genere umano. Ma non importa, esperti di ogni
estrazione li analizzano da tutti i punti di vista. Anche in relazione
alla crisi economica: «Gli uomini sono diventati più attenti perché
viviamo nella precarietà» spiega Caroline Gatrell, docente di psicologia
all’Università di Lancaster. «Si sono accorti che un lavoro non è per
sempre, che una relazione potrebbe finire. Sono i figli l’unica
certezza, perché sono per la vita». Sì, finché divorzio non li separi,
però. Perché allora i padri italiani iniziano una nuova vita, che negli
ultimi anni ha assunto tratti del tutto inediti. E non sempre piacevoli.
«Non sono i separati a essere cambiati negli ultimi anni, ma i padri in
generale: rivendicano una maggiore partecipazione alla vita educativa»
commenta la sociologa della famiglia Chiara Saraceno. «Quando c’è una
separazione, gli uomini non accettano più di essere esclusi. Questo può
generare competizione tra gli ex coniugi, ma può anche avere risvolti
positivi, attenuare il trauma per i bambini, fare in modo che questi
continuino a sentirsi figli dell’uno e dell’altro, senza odi e
vendette».
D’accordo, non tutte le separazioni sono traumatiche. Ma come dice Elio
Cirimbelli, fondatore di un centro di assistenza a padri separati, «se
le coppie fossero capaci di separarsi civilmente, forse non si
separerebbe nessuno». Infatti, quasi mai son rose e fiori. E le
ripercussioni sulla vita dei padri sono spesso terribili.
«Però, la prego, non scriva il mio nome»: i tentativi di raccogliere le
loro storie finiscono puntualmente con queste parole. Ufficialmente «per
proteggere i miei figli», «stanno già soffrendo abbastanza, non c’è
bisogno che il nome del padre finisca anche sui giornali». Ma quando le
difese emotive si abbassano spunta un altro motivo: «Essere un padre
separato oggi fa quasi vergognare di sé» confessa timidamente qualcuno.
Eccoli allora: battaglieri in tribunale, ansiosi di condividere giornate
con i pargoli, ma anche fragili, disorientati, divorati dal senso di
colpa e incattiviti dagli espedienti giuridici che vanificano le buone
intenzioni dei legislatori. Perdere in un solo colpo i figli, la casa e
gran parte del proprio reddito significa per molti aggiungere al dolore
della separazione una dura botta alla propria autostima.
Senza però dimenticare quelli che continuano a considerare il
finesettimana con i figli un diritto e non un dovere educativo, che
nelle ore in cui potrebbero stare coi bambini li lasciano a una baby-
sitter, che non pagano l’assegno di mantenimento alle mogli. «Spesso le
madri sono costrette a una continua questua per ottenere ciò che spetta
loro» ricorda Anton Giulio Lana, avvocato esperto di diritto della
famiglia.
«Ma se il marito viene dichiarato inadempiente, c’è uno strumento in
più: l’ordine di pagamento da parte del suo datore di lavoro, che passa
gli alimenti all’ex moglie deducendoli dallo stipendio». Silvana
Quadrino, psicoterapeuta della famiglia, avverte: «Se un uomo non
sentiva il legame della paternità nella coppia, diventa difficile
imporglielo dopo la separazione, in termini sia affettivi sia economici.
Col risultato che tutto torna a gravare sulle spalle delle madri. Le
quali inoltre, soprattutto se i figli sono piccoli, percepiscono ancora
l’accudimento in modo più naturale. I padri devono fare uno sforzo in
più».
Mette in guardia dai luoghi comuni Umberta Telfener, psicoterapeuta
della coppia: «Gli italiani in genere sono buoni genitori, quando però
non usano i figli per continuare a dare battaglia all’ex coniuge perché
non accettano la separazione. E questo lo fanno sia gli uomini sia le
donne».
Andrea B., milanese, separato da un anno e con due figli affidati alla
ex moglie, sdrammatizza: «Lo sa che differenza c’è tra un uragano e una
donna? Nessuna, quando passano si portano via la macchina, la casa e
tutto quello che c’era dentro». Maschilismo che tradisce rancore, certo.
Ma l’umorismo amaro di Andrea non è lontano dalla delusione di
Marino
Maglietta, colui che per anni si è battuto per la nuova legge
sull’affido condiviso (la numero 54 del 2006). «Con l’associazione
Crescere insieme abbiamo messo a punto il testo. Ci sono volute quattro
legislature per fare approvare la legge. Due anni fa è entrata in
vigore. E oggi ci troviamo di fronte a un vero tradimento» sbotta.
«L’obiettivo era quello di dare al minore il diritto di mantenere un
rapporto continuo con entrambi i genitori. Doveva sancire la fine delle
liti su soldi e tempi da destinare ai figli. Invece la maggior parte dei
tribunali applica la legge solo pro forma, rifacendosi alla
giurisprudenza precedente». Tradotto in soldoni: quasi sempre il figlio
è affidato alla moglie, l’assegnazione della casa segue il figlio mentre
il mutuo si divide a metà. In più la parte economica, che dovrebbe
essere calcolata per capitoli di spesa e ripartita tra i due coniugi, è
invece ancora il vecchio assegno di mantenimento.
«La legge attuale contiene troppe ambiguità» ammette Maglietta «per
questo abbiamo lavorato a un nuovo disegno di legge (il numero 957) che
presto sarà discusso in Senato. Il testo propone il doppio domicilio per
il figlio, precisa gli oneri di entrambi i coniugi e indica l’istituto
della mediazione familiare come strumento obbligatorio per le coppie che
intendono divorziare».
Gli istituti di mediazione familiare sono sparsi in tutto il territorio
nazionale. Sono associazioni private che aiutano le coppie a lasciarsi
nel modo meno doloroso possibile. In Trentino e in Alto Adige sono
gratuiti e permettono di arrivare a separazioni consensuali senza
bisogno di assistenza legale privata. Bolzano è anche la prima provincia
italiana che ha visto nascere, lo scorso ottobre, i condomini per
separati. «Abbiamo esteso loro il diritto agli appartamenti dell’Ipes
(Istituto per l’edilizia sociale), destinati un tempo soltanto a
extracomunitari e portatori di handicap, perché fare fronte alla
questione dei padri separati significa arginare un fenomeno di nuova
povertà» spiega il vicepresidente della provincia Mauro Minniti.
La denuncia arriva anche dalla Caritas: nei dormitori, alle mense,
aumentano gli uomini separati in difficoltà. La Liguria, prima regione
in Italia per numero di divorzi, corre ai ripari lavorando a una legge
che offra sostegno legale, psicologico ed economico ai padri. A Milano,
vicino al Parco Sempione, è nato invece il centro Giopà: uno spazio
colorato e pieno di giochi per i papà che non hanno un luogo adatto dove
incontrare i figli.
Intanto molti padri cominciano a fare conoscenza con una nuova categoria
psicologica: la sindrome da alienazione genitoriale (Pas). «Si tratta
dell’indottrinamento di un genitore che spinge il figlio a odiare
l’altro genitore» spiega Chiara Soverini, psicologa dell’associazione
Padri separati: «Se viene riconosciuta può portare a un ribaltamento
dell’affidamento. Ma recentemente la strategia che va per la maggiore è
l’accusa di abusi sessuali, perché è il modo più sicuro per non fare più
vedere il figlio al genitore accusato». Lo conferma Vittorio Apolloni,
fondatore del Centro di documentazione falsi abusi sui minorenni:
«Secondo i dati del centro, l’86 per cento delle separazioni sfocia in
una denuncia per maltrattamenti, violenze o abusi» spiega. «Nel 95 per
cento di questi casi i padri vengono poi dichiarati innocenti, ma nel
frattempo, dalla denuncia fino alla fine dell’iter giudiziario, hanno
speso moltissimi soldi in avvocati e spese legali».
Quando va bene. Nel peggiore dei casi invece l’iter è quello che è
toccato a Sergio Nardelli, la vittima più nota di questa accusa
infamante: due mesi di carcere, tre anni di udienze, un lavoro perso,
una cantina di 7 metri quadrati come casa. Dichiarato innocente, ancora
aspetta giustizia.
I numeri:
200mila: i padri separati in Italia.
90 per cento: la media di applicazione dell’affido condiviso nei
principali tribunali d’Italia (dato aggiornato al marzo 2008). Nel 2006,
anno in cui è stata introdotta la legge, era del 28% (fonte Istat).
90 per cento: la percentuale delle cause con affidamento alla madre in
cui il padre è tenuto a versare un assegno di mantenimento per i figli
pari in media a 400 euro
71 per cento: la percentuale dei casi in cui l’abitazione va all’ex
moglie
61.153: i divorzi in Italia nel 2007 |