GIOVANNA ZUCCONI
Nessuno più di un genitore sa che cos’è la paura, e fra tutte le
infinite paure la peggiore è quella che i figli spariscano. Vai a
prenderli a scuola e non li vedi, non li trovi, non ci sono più. Ieri la
signora Marinella Colombo, milanese, 47 anni, è andata a prendere a
scuola i figli, Leonardo e Niccolò, e non c’erano più. Puro horror.
Senti lo strappo anche soltanto a leggere una storia come questa. Gli
artisti hanno il privilegio, o la condanna, di creare dei mondi dove le
paure s’avverano, e di portarci ad abitarli.
In un racconto di Massimo Carlotto, la porta di una metropolitana di
Città del Messico si chiude, il bambino rimane di qua, chi lo cercherà
per tutta la vita rimane di là. In un romanzo di Ian McEwan, la
sparizione avviene in un supermercato. Quel carrello vuoto... Tanti anni
dopo averli letti, ancora ti abitano. Nessuno più di un genitore al
quale un figlio è scomparso sa che cos’è l’immaginazione.
La signora Colombo invece non deve immaginare, lei sa che cosa è
successo e perché, e l’ha raccontato ieri ai giornalisti, davanti al
Tribunale dei minori di Milano. «Non mi fanno entrare», e dentro forse
ci sono i suoi bambini di sei e dieci anni. La polizia è andata a
prenderli a scuola, senza avvisare la madre. Tutto legale, tutto
brutale. La donna si è separata dal marito tedesco e ha portato i figli
in Italia. La magistratura tedesca ha emesso a suo carico un mandato di
cattura internazionale per sottrazione di minori. La magistratura
italiana ha respinto la richiesta di estradizione e di arresto ma ha
ordinato il rimpatrio dei bambini, mentre la madre rimane indagata per
sottrazione dei minori che ora le vengono sottratti. Sotto la scabra
terminologia giuridica, tocca a noi immaginare. Perché la polizia abbia
agito proprio adesso e proprio in questa maniera, quale la catena dei
torti e delle violenze reciproche, e soprattutto che cosa stiano vivendo
(e vivranno) quei due piccoletti divelti, armi di un duello. Figli in
ostaggio. Dove si sentiranno a casa, quale la loro lingua, quanta
sofferenza nell’amputazione alla quale le guerre dei grandi li
condannano.
Ci tocca immaginare, anche, che cosa possa avere trasformato quel padre
e quella madre nell’Uomo Nero, nell’entità maligna che fa scomparire i
bambini, nell’incarnazione della paura che ogni genitore conosce ed
esorcizza. Nel contrario di un genitore, insomma. Come si può vivere,
quando il mostro non è un bruto misterioso, non è l’orco, non ha nulla
di primordiale, ma è l’uomo (o la donna) con cui hai fatto dei figli.
Come si può vivere, giorno dopo giorno, avendo strappato i propri figli
alla madre (o al padre). Come si può vivere, quando il mostro che
rapisce i bambini sei tu.
Lette sui giornali, storie come questa riassumono di frequente il famoso
scontro fra civiltà. Padre islamico e madre italiana, eccetera. Questa
volta la cultura è la stessa, europeo lui europea lei, non c’è neppure
l’alibi della differenza. Forse è più facile incolpare costumi e
mentalità lontani, piuttosto che riconoscere quanto abita vicino a noi
quella visceralità animalesca che porta una madre o un padre a
sequestrare suo figlio, a farne strumento d’odio, puro possesso, puro
potere. Anche quando non scompaiono fisicamente, bambini come questi è
come se non esistessero neppure agli occhi dei genitori.
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