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26/11/09
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L'AFFIDO CONDIVISO? "TRADITO" DAI
GIUDICI
Associazioni, esperti e avvocati lanciano l'allarme.
Legge spesso inapplicata. E ci vorrebbe un "tagliando" |
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Da Avvenire - L'affido
condiviso? «Non è applicato nei Tribunali». La responsabilità congiunta
dei genitori? «Macché: ogni anno agli oltre 90 mila bambini che
subiscono una separazione da loro non chiesta viene insegnato
brutalmente che c’è un genitore che vince e uno che perde». Una denuncia
gravissima, quella contenuta nella lettera che pubblichiamo in questa
pagina. E che i più recenti dati Istat in fondo confermano: l’affido
condiviso tra genitori, introdotto
nel 2006 e che dovrebbe essere la regola in ogni procedimento di
separazione,
viene sancito dai giudici nel 75 per cento dei casi. Media italiana:
perché a leggere i dati più nel dettaglio, si scopre che a Lecce siamo
al 35 per cento, a Messina al 40, a Catania al 60. «E meno male che ci
sono tribunali come quelli di Firenze e Perugia, che con il loro 90 per
cento di affidi condivisi tirano su la media», scherza Marino Maglietta,
fondatore dell’associazione Crescere Insieme e tra i promotori della
legge del 2006.
Ma non è solo una questione di percentuali. Già perché, proprio come
rileva tra le righe la lettera di Fabio Barzagli, anche laddove c’è
l’affido condiviso – che nello spirito della legge prevede una uguale
responsabilità educativa tra genitori e di conseguenza la scomparsa del
"genitore prevalente" – moltissimi giudici mettono per iscritto tutto:
quando il papà deve andare a prendere a scuola i figli, gli orari e i
giorni di visita, quanti sabati in un mese, quante sere alla
settimana... «È proprio così: l’affido condiviso per molti giudici è
solo un’etichetta, un passaggio formale.
Nella sostanza continua a esserci il genitore con cui il figlio vive e
trascorre la maggior parte del tempo, e il genitore che ogni tanto sta
con lui», si arrabbia Gian Ettore Gassani, a capo della battagliera
Associazione degli avvocati matrimonialisti italiani (Ami). Spesso i
giudici decidono l’affido condiviso ma ne tradiscono lo spirito anche
stabilendo (quasi sempre per il padre) l’obbligo dell’assegno di
mantenimento, quando invece la legge prevede che i genitori, entrambi
affidatari, provvedano a «fornire personalmente al figlio i beni e i
servizi di cui ha bisogno». Un assegno et voilà, si nega al padre la
possibilità di decidere volta per volta se al figlio serve una felpa o
un giaccone, un libro o un telefonino.
«Una scelta che penalizza il figlio, al quale si toglie la
gratificazione di ricevere attenzione ai suoi bisogni da parte di
entrambi i genitori e di frequentarli entrambi nel quotidiano», aggiunge
Marino Maglietta.
Giudici miopi? «Credo che i giudici agiscano così in perfetta buona fede
– continua il presidente di Crescere Insieme –. È lo specchio della
vecchia cultura per cui si pensa che in situazioni di contrasto tra i
genitori sia meglio stabilire l’affido esclusivo a uno dei due. Ma è un
errore: così si esaspera la conflittualità». E le famigerate madri che
«non lasciano vedere i figli» ai padri – luogo comune che si sperava
ormai in gran parte superata – ritornano sulla scena.
Non è un caso se la legge sull’affido condiviso, ad appena tre anni e
mezzo dalla sua approvazione, già necessita di una revisione. Le
proposte sono molte, tra cui quella già depositata in Senato, che
prevede tra l’altro l’obbligo di passare attraverso un centro di
mediazione familiare prima della separazione. «La mediazione permette di
superare il conflitto e di arrivare a soluzioni condivise» per il bene
dei figli, conferma Goffredo Grassani, presidente della Confederazione
dei consultori di ispirazione cristiana. «La legge sull’affido condiviso
va integrata – è d’accordo l’avvocato Gian Ettore Gassani dell’Ami –.
Per far scendere il tasso di conflittualità tra i coniugi bisogna che
nella fase di separazione sia inserito il passaggio della mediazione
familiare. Ma occorre anche risolvere il problema dell’impreparazione
dei magistrati. Solo in pochissimi tribunali esistono sezioni di
magistrati specializzati in diritto di famiglia».
Per chiarezza pubblichiamo anche la lettera al Direttore pubblicata de
Avvenire alla quale fa menzione l'articolo:
«Non ci sono genitori vincenti o perdenti»
Caro direttore,
in questi anni ho visto ahimè tante storie di separazioni, ho visto papà
di sessant’anni ritrovarsi a vivere in 9 mq; ho visto papà di trent’anni
gonfiarsi di panico perché la moglie voleva separarsi e correndo
dall’avvocato/a faceva sapere che «i figli sono delle madri» e che devi
prepararti con gli assegni perché d’ora in poi saranno loro a far
compagnia ai bambini al posto tuo. L’affido condiviso ha iniziato a
cambiare le cose; la legge vuole rimettere sui binari giusti la famiglia
separata, dove continuare a far valere l’articolo 29 della Costituzione
(«Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei
coniugi») e l’articolo 30 («È dovere e diritto dei genitori mantenere,
istruire ed educare i figli»). Ma l’affido condiviso non è applicato nei
tribunali. Ogni anno agli oltre 90.000 bambini che subiscono una
separazione viene insegnato che c’è un genitore che vince e uno che
perde, un genitore migliore e uno peggiore.
Il migliore avrà l’80% del tempo del figlio, la casa e un assegno per i
prossimi 10-15 anni. Così nelle separazioni si finisce per occuparsi di
questi interessi, mettendo in secondo piano la famiglia e i figli. Nei
tribunali l’affido condiviso non si applica, si applica la «legge
inventata» del genitoremigliore e di quello peggiore.
Fabio Barzagli
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