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http://www.sanpaolo.org/fc/1009fc/1009fc28.htm
28/2/10
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FAMIGLIA CRISTIANA:
Padri SEPARATI E POVERI
Separazione, mantenimento dei figli, difficoltà a pagare una nuova casa.
E se poi ci si mette la perdita del lavoro, la povertà è totale. Sono in
aumento i papà sconfitti dalla vita. Ma a Milano qualcuno si occupa di
loro. |
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Allegre, spensierate, anzi più ricche di
opportunità e di conoscenze. In video e sulla carta le famiglie separate
o ricostituite sono descritte così, dai tanti sceneggiati di successo e
anche da certa stampa per ragazzi (vedi Focus Junior di marzo che dedica
sei pagine, intitolate "Ops, mi si è allargata la famiglia", a spiegare
ai ragazzini, in tono allegro e leggero, le differenze tra famiglie
regular size, il modello classico, extralarge, con nuovi papà, nuove
mamme, nuovi fratelli, e unisex con due genitori dello stesso sesso.
Differenze che, secondo Focus, sono arricchimenti, di adulti a cui fare
riferimento, di punti di vista diversi, di regole più appetibili. La
cronaca dei giornali e l’esperienza di chi non vive nel lusso o nel
mondo dello spettacolo raccontano storie ben diverse, alcune persino
drammatiche, altre attraversate da una tristezza infinita che "fa
differenza", eccome, nella vita delle persone coinvolte, a cominciare
dai bambini, ma anche dalle mamme e dai papà. È su questi ultimi che i
dati più recenti puntano l’attenzione, mettendo in luce la povertà
crescente dei tanti che non ce la fanno a pagare l’affitto di un’altra
abitazione con quel che rimane dello stipendio di sempre, una volta
tolti il mantenimento dei figli e l’assegno alla moglie. Per non parlare
di quelli a cui la crisi ha portato via il lavoro. Sono storie che non
dicono tutto (perché altri padri, pur potendo, sfuggono ancora al dovere
di mantenere i figli), ma che non devono restare inascoltate
Renata Maderna
Alle nove di sera nel grande atrio dell’edificio giallo di via Saponaro
40, periferia sud di Milano, ci sono molte persone di vario colore,
accenti diversi. Tanti nel cortile, di più nei due piani superiori, in
tutto oltre 400. C’è chi è appena arrivato e ha ancora il cappotto,
altri sono già in pigiama nelle loro camere multiple. La mensa del
pianterreno è deserta e pulita, i pasti caldi serali sono stati serviti
un’ora fa.
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Siamo in un centro di prima
accoglienza per senza fissa dimora in zona Gratosoglio, un’ex scuola che
nel 2006 il Comune ha destinato alla Fondazione Fratelli di San
Francesco d’Assisi in comodato d’uso gratuito. Poco lontano tanti
palazzi alti, tutti uguali.
«Prendiamo in carico le persone, le accogliamo come sono, fino
all’integrazione umana, all’autonomia professionale e abitativa.
Raggiungiamo l’obiettivo nel 33 per cento dei casi», spiega padre
Clemente Moriggi, saio e occhi sorridenti, mentre in guardiola controlla
il nome di chi arriva. Qui si mangia, si dorme, si fa la doccia. Ci sono
infermeria, assistenza sociale, consulenza psicologica, orientamento al
lavoro, scuola di italiano. «Ospitiamo chi ha problemi mentali, ex
tossici, ammalati di Aids, richiedenti asilo, persone in via di
regolarizzazione. E anche padri separati: a oggi sono un’ottantina».
Sono i nuovi poveri, gli ex mariti italiani in difficoltà economiche: i
dati dell’associazione matrimonialisti italiani parlano di 50 mila tra
Milano e provincia: «Il divorzio è un privilegio per ricchi, non per i
separati a bassa soglia. Chi guadagna anche 1.300 euro al mese ma deve
versarne 800 per il mantenimento di moglie e figli, e deve pagare un
affitto per sé perché la casa resta alla famiglia, rimane solo con gli
occhi per piangere. Figurarsi se perde il lavoro».
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Senza una casa dove andare
Come è successo a Marco, ex poliziotto, jeans e giubbotto di pelle: «Il
matrimonio è finito, il lavoro pure. Ho cercato e trovato altre
occupazioni temporanee: lo smistamento della posta prioritaria, la
guardia del corpo in Africa sulle piattaforme petrolifere. Oggi lavoro
con padre Clemente come autista dell’Unità mobile che al mattino va a
svegliare i clochard che dormono per le vie di Milano. Non vedo mia
figlia di 12 anni dal 2007: potrei incontrarla, ma non ho una casa dove
andare. Dormo in via Saponaro: non è posto per bambini».
È invece l’unico che Milano offre ai padri poveri. «La stampa», precisa
con forza il frate francescano, «ha recentemente parlato della
destinazione esclusiva ai papà della casa di seconda accoglienza di via
Calvino gestita dalla Fondazione, 160 posti letto». Giochi da elezioni
in corso: accoglienza leghista per padri che sono italiani. «Quello non
è un posto adatto. Serve la privacy, non un collegio. I figli devono
avere la possibilità di essere accolti senza vergogna, in ambienti che
ricordino il più possibile una casa vera».
Qualcuno prova a creare alternative milanesi a misura di bambino:
l’associazione lombarda dei Padri separati, che ospita gli ex mariti in
due monolocali requisiti in città alla mafia; la Provincia con il
progetto Giopà (attivo ancora per poco perché non rifinanziato), che in
un appartamento colorato di via Procaccini dà ai bambini la possibilità
di trascorrere ore di gioco con i padri.
Niente altro. Soltanto il dormitorio. Ci vive Ivano, 51 anni, milanese.
Era autista, ha perso il lavoro: «La mia ex moglie sa dove abito e non
mi chiede continuamente soldi, io do qualcosa quando posso. Si è
risposata con un uomo che ho conosciuto anch’io, sono contento perché è
una brava persona e mio figlio con lui sta bene».
Ognuno si tiene il suo dolore
Ci vive anche Marco, da qualche tempo. Ha 54 anni, parla con un
linguaggio forbito e la vergogna negli occhi. È nato a Catanzaro,
lavorava in una banca milanese. Ha perso lavoro, moglie siciliana e
figlia, riportata dalla madre a Trapani. La bambina aveva sette anni
quando l’ha vista per l’ultima volta, ora ne ha 17: «Ho dei problemi, lo
psichiatra è diventato mio amico. Mi hanno diagnosticato anche la
sclerosi multipla. Qui c’è chi ci aiuta a superare le difficoltà».
Mentre parliamo nel corridoio si sentono urla: «Si litiga, tante le
etnie. Io dormo in palestra», dice Marco, «ho legato con qualcuno. Ma
anche tra noi non parliamo mai dei nostri problemi, ognuno si tiene il
proprio dolore». La mattina esce alle sette: «Il momento più brutto? Le
domeniche, Natale, Pasqua. L’altro giorno mi sono tolto uno sfizio: ho
mangiato carne di maiale. A mensa non c’è quasi mai, tanti sono
musulmani. Così ho risentito il sapore della festa, del Sud. Un po’ del
sapore della mia casa».
Maria Gallelli
UNA CASA DOVE INCONTRARE I FIGLI
La povertà, complice anche la crisi, incombe anche sui padri che si sono
separati, e le istituzioni cominciano a muoversi. A Roma, ad esempio,
l’assessorato alle Politiche sociali del Comune capitolino ha di recente
fatto partire una "casa per papà separati" e in difficoltà economiche
per vivere e accogliere degnamente i figli nei tempi loro assegnati.
Venti miniappartamenti con saloncino e angolo cottura, camera a due
letti e uno spazio comune per giocare e stare qualche ora in modo sereno
con i propri bimbi.
«I padri, nella gran parte dei casi di separazione, come primo effetto
perdono la casa, che è assegnata quasi sempre alla madre in ragione
dell’interesse preminente dei figli, che è quello di proseguire la loro
vita nell’abitazione di origine», spiega Maria Giovanna Ruo, avvocato
esperto in diritto matrimoniale con studio nella capitale, già docente
all’Università Lumsa di Roma.
«Nella casa, inoltre, sono state investite di solito tutte le risorse
dei due coniugi e quelle delle famiglie di origine, spesso accendendo un
mutuo, con il risultato che i padri, anche per i tempi molto lunghi in
cui in Italia i figli si rendono autonomi, hanno davanti a sé lo spettro
di molti anni di spese altissime, spesso superiori alle loro capacità
economiche, e di rischio povertà».
Le conseguenze? «I padri non riescono più a mantenersi e tornano spesso
nella casa dei genitori di origine, con mutamenti sociali evidenti». Di
qui una proposta: «Se è giustificabile dare continuità abitativa ai
figli, occorre anche immaginare soluzioni diverse per quando i figli
sono diventati grandi, perché magari sono andati fuori sede per studiare
all’università. In questi casi forse bisognerebbe ripensare a livello
legislativo, secondo una visione più bilanciata dei diritti, una diversa
assegnazione dell’abitazione. In altri termini: è giusto appesantire per
un tempo così lungo la situazione economica dei padri?».
Il fenomeno della povertà dei padri colpisce comunque trasversalmente
tutte le fasce sociali, «tranne nei casi dei nuclei familiari più
agiati, in cui i costi sono ammortizzati dalle forti possibilità
economiche proprie o delle famiglie di origine. In alcune circostanze
l’eventuale indigenza provoca addirittura l’impossibilità di separarsi
anche nei casi in cui questo sarebbe consigliabile, come nei casi di
violenza domestica».
L’indigenza, inoltre, colpisce anche i figli: «Nonostante la legge
preveda un uguale tenore di vita dei figli tra il "prima" e il "dopo",
la duplicazione dei costi di fatto non lo permette. Non bisogna
dimenticare infine il problema dell’occultamento dei redditi. Che fare
quando, ad esempio, uno dei coniugi lavora in nero, dato che l’assegno
familiare viene determinato in base al reddito dichiarato? Considerato
che il lavoro nero in Italia è molto diffuso, il problema si pone in
modo a volte drammatico, come constatiamo in molti casi che
quotidianamente trattiamo».
Stefano Stimamiglio
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