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28/2/10

FAMIGLIA CRISTIANA:
STORIA DI ANTONIO, PADRE SEPARATO DA 11 ANNI

RIDOTTO A VIVERE DI BENEFICENZA

Un'incredibile odissea giudiziaria, poi la povertà. E soprattutto il rifiuto del figlio.

«Ho quasi 50 anni, una laurea in Economia e commercio, l’abilitazione a dottore commercialista e sono un poveraccio!». È il tragico bilancio di Antonio, romano, padre separato da 11 anni, che in questi anni ha assistito alla fine del suo matrimonio, alla rovina del rapporto con il figlio Francesco (oggi 13enne) e al suo ridursi in povertà: «La mia è stata un’odissea giudiziaria di cui ancora non riesco a comprendere l’esito così negativo e l’accanimento nei miei confronti. Se mi avessero raccontato l’incubo che ha caratterizzato la mia vita, avrei avuto serie difficoltà a crederlo reale», racconta Antonio.

La storia di questa separazione sembra delineata da ingiustizie giuridiche e umane ed è tale da indurre a pensare che un padre e una madre non abbiano gli stessi diritti davanti alla legge. Antonio, impiegato come quadro presso un’importante azienda di telecomunicazioni, si è trovato a ricorrere a enti che siamo abituati ad associare a ben altre situazioni: «Per vivere, e per mantenere la mia seconda figlia Elena, nata due anni e mezzo fa da una nuova unione, ho dovuto accettare l’aiuto dei miei anziani genitori (che percepiscono la pensione sociale), di mia sorella, ma anche del Movimento per la vita, della Caritas e del Banco alimentare, che mi hanno procurato cibo e pannolini e che non smetterò mai di ringraziare».

Senza casa di proprietà, con un affitto di 900 euro, una compagna senza lavoro e un assegno di 1.300 euro da versare alla ex moglie e al figlio (tolti direttamente dalla busta paga secondo le disposizioni del giudice), la sua pur buona retribuzione di 2.100 euro mensili si riduce a un’inutile farsa. «C’è stato un periodo in cui sullo stipendio mi sono stati addebitati sia l’assegno di mantenimento che un pignoramento relativo alla causa di divorzio. Risultato: una busta paga in negativo».

Il figlio è quello che ha perso di più

Quanto è stato raccontato può far credere che il problema di Antonio sia semplicemente di natura economica. Ma il suo vero dolore sta nell’impossibilità di avere un rapporto sereno con il figlio Francesco, cresciuto tra le liti e le carte bollate del divorzio e che ha sempre respirato un’aria tale da indurlo a rifiutare suo padre. «È capitato che non lo vedessi per un anno. Ora quando sta con me, sempre con difficoltà, praticamente non mi parla».

Francesco mostra una profonda insofferenza nel relazionarsi col padre. Antonio avrebbe voluto che questo disagio venisse approfondito. Ma nella sua odissea colpisce anche l’indifferenza per il bene del ragazzo da parte di chi dovrebbe averlo a cuore: «"Non si media con l’Irak", era stato il suggerimento del legale della mia ex moglie alla richiesta di trovare un accordo. Ricordo un’udienza in cui ho chiesto di nominare un esperto che si occupasse dello stato di salute psichico di mio figlio. Il magistrato non solo non ha accolto la richiesta, ma mentre parlavo scorreva le carte del fascicolo e mi chiedeva perché non fosse presente il CUD 2008!».

Questo padre che è costretto a ricorrere alla beneficenza per vivere sa bene che suo figlio, nonostante l’assegno che riceve, è quello che ha perso di più. A Francesco è stata negata la possibilità di venire cresciuto da entrambi i genitori e soprattutto è stata tolta la ricchezza di avere accanto un padre durante un periodo difficile come l’adolescenza.

Antonio fa parte di un’associazione (Papà separati Onlus) che non ha come scopo quello di difendere a priori gli uomini divorziati: «Sia chiaro, i padri separati devono prendersi le loro responsabilità, tra cui anche quella di provvedere al mantenimento dei figli: chi non paga gli alimenti non può stare con noi. Ma la nostra principale preoccupazione è piuttosto tutelare i figli garantendo loro relazioni profonde, regolari e frequenti, con entrambi i genitori: fondamentali per crescere sereni».



Orsola Vetri



LA CHIESA VICINA AI SEPARATI

Accorgersi delle difficoltà in cui vivono molti padri separati non significa voler creare tra mamme e papà un’ulteriore frattura, già ampiamente acuita dalla conflittualità tra i singoli e dal fiorire di associazioni di ogni tipo (ce ne sono decine), che rivendicano diritti propri e sottolineano inadempienze degli altri. Occorre semmai che cresca la consapevolezza delle difficoltà e delle sofferenze, che macchiano la vita delle persone separate, e, con essa, la disponibilità ad accoglierle.

A cominciare dalla comunità cristiana, come ha raccomandato l’arcivescovo di Milano cardinale Dionigi Tettamanzi nella lettera Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, un testo che, con altri interventi precedenti, è stato accolto con gioia dai separati, come anche la partecipazione del cardinale Ennio Antonelli al convegno nazionale delle famiglie separate cristiane.

«Negli ultimi anni», spiega il presidente dell’associazione Ernesto Emanuele, «abbiamo sentito un continuo avvicinamento da parte della Chiesa. Si è compreso come sia importante che chi si è separato rimanendo fedele al sacramento, ma anche chi si è risposato, non si senta escluso dalla comunità cristiana, ma accolto nel novero delle altre famiglie, senza vivere la pesante sensazione di essere una sorta di padre o di madre di serie B».

Le parole di Tettamanzi sono state un caldo abbraccio per chi per lungo tempo si è sentito dimenticato se non accusato: «Siete sorelle e fratelli amati e desiderati... La comunità cristiana ha riguardo del vostro travaglio umano... La Chiesa non vi ha dimenticati! Tanto meno vi rifiuta o vi considera indegni... Sentiamo per voi un affetto particolare, come quello di un genitore che guarda con più attenzione e premura il figlio che è in difficoltà e soffre, o come quello di fratelli che si sostengono con maggiore delicatezza e profondità, dopo che per molto tempo hanno faticato a comprendersi e a parlarsi apertamente».

Queste frasi sono state rilette una per una nel recente convegno "I separati rispondono all’invito al dialogo del cardinale Tettamanzi": «In questi due anni molti hanno commentato la lettera e molto è stato scritto sui giornali», dice Ernesto Emanuele. «Ne hanno parlato sacerdoti, teologi, magistrati, avvocati, mediatori familiari, "coppie doc". Quando, di rado, si è sentita la voce dei separati stessi, in televisione siamo stati rappresentati da noti personaggi dello spettacolo, non praticanti, che lamentavano di non potersi accostare al sacramento dell’Eucaristia per qualche occasione speciale. Noi, molto più semplicemente, vorremmo essere presenti quando si parla della nostra condizione e continuare a vivere in coerenza ogni giorno la nostra fede».

R.M.


QUEI LIBRI PER CAPIRE
Continuare a essere un papà, far addormentare i propri bambini, aiutarli nei compiti, stargli vicino nelle difficoltà, crescerli. È possibile dopo la separazione? Alcune mogli vendicative si fanno forti delle decisioni dei giudici e arrivano a negare i figli all’ex coniuge per punirlo. Molte storie nella recente narrativa raccontano questi divorzi conflittuali dal punto di vista maschile: Gianni Biondillo ha descritto l’urlo di dolore dei genitori senza diritti con il romanzo In nome del padre (Guanda). Simili e reali le vicende narrate in Senza il bacio della buonanotte (Rubbettino) da Mario Campanella, e in L’amore alla fine dell’amore (Fazi) da Vito Bruno. Per misurare l’amore di un uomo verso i figli ecco La prima notte senza di te (Mondadori) di Arnaldo Colasanti. Il saggio Storia della paternità (Fazi) di Maurizio Quilici riflette, infine, sui mutamenti sociali che sono intervenuti nella relazione padri-figli

O.V.
 

 

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