E' di queste ore la notizia
dell'omicidio-suicidio di Ivrea, dove una mamma separata ha ucciso il
suo bambino di 8 anni e si è tolta la vita, annegandosi anche lei nelle
acque della Dora Baltea. Tragedia a parte, colpisce le menti più attente
la sfumatura di benevolenza nei confronti di chi ha commesso un supremo
e inaccettabile esercizio della "proprietà umana": l'omicidio del
figlio, visto come personale estroflessione. Fate attenzione, questa
volta è toccato alla madre, ma sappiamo tutti che casi analoghi,
compiuti da alcuni padri, non sono affatto rari. Non si mette in dubbio
l'efferatezza dell'accaduto, ma la questione è dettata, appunto, dal
"taglio" che ne viene dato dai mass media, diverso a seconda del genere
a cui l'assassino-suicida appartiene. Repubblica non fa eccezione,
anzi..... Partiamo dal titolo: "Ivrea. Prende il figlio e il cane per
andare a morire nella Dora". La parole "omicidio", "suicidio" non
appaiono neanche. Azzarderemmo che dal titolo non si capisce se è morta
solo lei o se figlio e cane abbiano fatto la stessa fine. Si evoca una
specie di martirio, un sacrificio tutto sommato accettabile per la
Società. Giusto un pò di tristezza, come se fosse morto solo il cane. E
invece il povero Fido si è salvato. Il piccolo Mattia, invece, no.
Ma andiamo al sottotitolo: "La donna, 35 anni, era separata e soffriva
di depressione.....". Chiaro ? Non è ancora cominciata la descrizione
del fatto di cronaca, che già scatta la giustificazione del crimine, e
la sua sostanziale "assoluzione sociale".
La cosa non sorprende, perchè "una cronica asimmetria di valutazione in
base al genere del reo è ben radicata nel mondo, non solo in Italia. Le
dinamiche, teorizzate da Warren Farrell nel suo "Mith of male power", si
rifanno alla c.d. Cortina Di Pizzo, e cioè al pregiudizio nei media,
nella magistratura, nelle iniziative parlamentari, nelle attività di
supporto sociale e nel sistema educativo a favore delle donne in
generale e dell´ottica femminista in particolare. Quando un uomo
commette un crimine, l´attenzione ricade sulla vittima; quando lo
commette una donna, l´attenzione si concentra sulle cause che potrebbero
averla spinta a commetterlo" (F. Nestola).
L'articolo prosegue con la dinamica dei fatti, la solita descrizione. Ma
subito dopo, ecco la "consacrazione" della disinformazione di genere:
"La donna, separata da un anno e mezzo dal marito (con cui però aveva
cenato ieri sera), pare vivesse da qualche tempo in uno stato di
depressione. Prima il matrimonio finito per un'altra relazione che
aveva, poi fallita anche quella, e il lavoro perso da alcuni mesi per
colpa della crisi. Sull'auto sono stati trovati un mazzo di chiavi e un
libro di favole. Il marito della donna e padre del bambino gestisce una
carrozzeria a Quassolo. Dopo la separazione comunque, secondo le
testimonianze, i due erano rimasti in buoni rapporti. Ma per la donna
era iniziata una fase di particolare sofferenza, di cui aveva parlato ai
suoi conoscenti più intimi e infine anche all'ex marito. "L'ho vista
ieri pomeriggio, è venuta qui a comprare delle pile con il figlio",
racconta sconvolta Elisa, la titolare dell'edicola di Tavagnasco.
"Sapevo che non stava attraversando un bel periodo....".
Riassumiamo: la signora avrebbe tradito il marito e, in seguito a ciò
sarebbe finito il matrimonio. Nonostante ciò, i due erano in buoni
rapporti, e condividevano anche momenti di vita in comune, insieme al
bambino. La donna subisce un altra delusione sentimentale, perde il
lavoro e comincia a soffrire, confidandosi con l'ex marito, che le sta
vicino. Ma questo non è sufficiente ad evitare la tragedia.
Non esistono parole per descrivere la pena che suscita un fatto simile.
Basti pensare al figlio, uscito di casa con l'illusione di far qualcosa
di bello, e finito al cimitero. Quando muore un bambino, ucciso da un
genitore, l'informazione dovrebbe concentrarsi su di lui, su ciò che
avrebbe potuto fare nella vita, sui suoi ultimi momenti.
L'enfatizzazione dei sentimenti potrebbe avere un effetto migliore
rispetto alla descrizione dell'orrore, e potrebbe far cambiare idea a
chi, in questo momento, si trova nelle stesse condizioni della mamma di
Ivrea (o del papà di vattelapesca), pericolosamente vicino a compiere lo
stesso gesto.
In questo ennesimo episodio, invece, manca solo che venga accusato il
padre, magari di non essere stato sufficientemente vigile, per
individuare anche una sua corresponsabilità nel fatto.
Ma la nostra riflessione non sarebbe completa senza aver prima fatto i
debiti raffronti. Rimaniamo sempre su Repubblica.it, e scaviamo un pò
nella storia recente degli italiani, immortalata negli archivi on line.
Ne abbiamo scelta una sola, per motivi di spazio, ma vi assicuriamo che
è la punta dell'iceberg:
13 Marzo 2008 - "Strage familiare, niente funerale per il medico":
"Taranto. Non ci sarà funerale per il chirurgo tarantino che lunedì
mattina ha sterminato a martellate la sua famiglia........la legge
ecclesiastica proibisce le esequie ai 'peccatori manifesti', tra i quali
vanno annoverati coloro che attentano alla propria vita e a quella
altrui, in specie se vi sono legami naturali e familiari. Ieri nella
maestosa chiesa disegnata da Gio' Ponti, a poche centinaia di metri
dalla casa degli orrori, invece, oltre mille persone hanno partecipato
all' estremo saluto alle vittime della mattanza....... Tra i banchi,
impietriti dal dolore i familiari di Annarita Fanelli, la moglie
giustiziata a martellate dal medico in preda alla follia omicida".
Anche stavolta, riassumiamo: "niente funerali", "mattanza", "follia
omicida". Nessuna pietà, neanche da parte della Chiesa, notoriamente
misericordiosa come Dio insegna ad essere.
Una domanda su tutte: e se il medico tarantino fosse stato semplicemente
(e pesantemente) depresso ? E' possibile immaginare che anche lui, così
come la povera mamma di Ivrea, stesse passando "un momento di
particolare sofferenza", che lo ha spinto verso lo stesso, tragico
viaggio senza ritorno ?
Fonte: Redazione
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