|
http://www.corriere.it/cronache/10_aprile_19/bambini-affidati-tolti-stella_3d76b7d2-4b77-11df-b8c5-00144f02aabe.shtml
19/4/10
Bambini prima affidati e poi tolti
L'Italia dei genitori «usa e getta»
Spesso sono solo un «parcheggio» temporaneo. Raccolta di firme per
cambiare la legge |
 |
MILANO — Ma vengono prima,
per la legge, i diritti dei bambini abbandonati o quelli degli aspiranti
genitori? È quello che ti domandi leggendo sul sito dell'associazione
«La Gabbianella» la testimonianza di Claudio e Cinzia che, come
scrivono, sono stati «trafitti a tradimento da una brutta storia di
affido». Al centro di questa storia c'è una piccola, Micha, dalla vita
travagliata: i primi due mesi (disastrosi) coi genitori naturali, poi in
ospedale per denutrizione, poi in «parcheggio d'urgenza» presso una
famiglia finché, al sesto mese, viene data in affido a Claudio e a sua
moglie. Coi quali resterà per quindici mesi. Felici. A un certo punto,
un giudice del Tribunale dei minori, evidentemente informato di come sta
crescendo la piccola, chiede ai due se abbiano pensato all'adozione.
Claudio e Cinzia sanno di avere qualche anno in più rispetto a quelli
previsti dalla legge per chi adotta figlioletti così piccoli. Ma il
giudice spiega loro che «si potrebbe procedere verso una adozione
speciale/nominale».
Neanche il tempo di sperarci e arriva la doccia fredda: Micha andrà in
adozione a un'altra famiglia. I due non capiscono: «Il pediatra si
arrabbia quando lo informiamo, dice che dobbiamo prendere un avvocato,
questa bimba ha già sofferto tanto nella sua breve vita, ora ha
raggiunto un equilibrio, un ulteriore passaggio in un'altra famiglia
sarebbe distruttivo. Dice che, se veramente le vogliamo bene, dobbiamo
fare di tutto affinché Micha resti dov'è». Portando a sostegno varie
testimonianze, cercano di spiegare al presidente del tribunale che la
cosa non ha senso e potrebbe danneggiare la bimba: Risposta: «Vi
ringraziamo per quello che avete fatto, l'adozione speciale è prevista
in casi particolari, questa bambina ha migliori opportunità di vita, ci
sono coppie che hanno una domanda di adozione da tre anni quindi con più
diritti di voi». Ma come: i diritti di una coppia che desidera un
figlio, per quanto diritti legittimi, vengono prima di quelli della
creatura che è in ballo? Per carità, magari l'inserimento della piccola
si rivelerà alla lunga positivo (l'inizio, a leggere Claudio e Cinzia, è
stato traumatico), ma il tema resta: andava privilegiato il bene della
bambina o i diritti degli aspiranti genitori? E non sarebbe opportuno un
po' di buon senso, in casi come questi, per evitare questi traumi ai
piccoli? Il guaio è che di casi così ce ne sono diversi.
Prendiamo quello di Mathias raccontato da Daniela Assembri: «Durante le
feste di Natale del 2005, sono passata dagli uffici dei Servizi sociali
del Comune della mia città ed ho chiesto se c'era un bambino che avesse
bisogno del calore di una casa, per Natale. Avevo già avuto due
esperienze di affido e in quegli uffici mi conoscevano. L'assistente
sociale mi ha subito proposto un bambino nato da pochi giorni e ancora
ricoverato nel reparto maternità dell'ospedale. La giovane famiglia
aveva dei problemi. Ho detto di sì con entusiasmo. Mi avrebbero fatto
sapere. A metà gennaio 2006 mi confermano l'affido. E così due
operatrici dell'Ufficio minori mi portano a casa Mathias, avvolto in una
copertina; mi danno alcuni ragguagli sul latte e sugli incontri da fare
con i genitori e se ne vanno». Da quel momento, per due anni abbondanti
(i due anni fondamentali per la vita di un bambino, quelli in cui impara
a camminare, parlare, mangiare, giocare...) lo Stato mostra di fidarsi
ciecamente della donna, che è single e vive da sola, senza un marito o
un compagno. Una delega piena, totale: «Le assistenti sociali non sono
mai venute a casa mia, non hanno mai visto l'ambiente di Mathias, il suo
gatto, i suoi giochi, le persone che mi hanno aiutato ad allevarlo (in
particolare mio fratello) o che lo hanno tenuto con tanta attenzione e
affetto (i miei cari amici)». Finché il giudice decide che il bimbo
«parcheggiato» dalla signora Daniela (la quale per lui ha fatto mille
rinunce adattandosi all'incertezza burocratica: «Gli compro già il
lettino o basterà la carrozzina? E il box? E il girello? E un seggiolino
più grande per l'auto? E un nuovo passeggino? E le vacanze? E il mio
ritorno al lavoro dopo la maternità? E l'eventuale iscrizione
all'asilo?») va dato in adozione. A Daniela? Neanche a parlarne: Mathias
le sarà anche affezionato e lei si sarà spesa l'anima per essere una
buona mamma, ma santo cielo: non è sposata! Non ha un marito! Per lo
Stato va bene come parcheggiatrice, non di più. Ha tirato su lei il
bambino e passato lei le notti in bianco quand'era malato e gli ha
insegnato lei a dire «mamma» e gli ha mostrato lei la prima volta la
luna? Stia al suo posto! E poi tutte quelle domande alle assistenti
sociali: cosa sarà del bambino? Dove andrà? La nuova mamma e il nuovo
papà sono a posto? Gli vorranno bene? Diamine: non son mica fatti suoi!
Conclusione: il piccolo viene tolto a quella che fino a quel momento è
stata sua mamma praticamente senza un passaggio delle consegne: «Non ho
mai incontrato la famiglia adottiva, pare che sia stata la famiglia
stessa a non volermi conoscere».
È giusto così? Vale per Daniela la single, vale per famiglie
tradizionali in senso pieno. Come quella, racconta il sito della
Gabbianella (www.lagabbianella.org) che accolse la piccola A. e i suoi
fratellini: una coppia con «ben cinque figli naturali, che per undici
anni ha accolto in affidamento dei bambini, accompagnandoli poi verso
altre famiglie adottive o nella loro stessa famiglia naturale». Anche
questi genitori «usa e getta»: utilizzati dallo Stato per parcheggiare i
tre fratellini e poi scartati per l'adozione di A. (affidata loro quando
aveva meno di due mesi) nonostante il parere contrario del Tutore dei
minori e del neuropsichiatra, entrambi schierati perché la bimba non
venisse spostata dall'ambiente in cui era cresciuta. Per questo «La
Gabbianella» presieduta da Carla Forcolin, autrice di più libri sul tema
(uno per tutti: Io non posso proteggerti) ha avviato una raccolta di
firme per chiedere ai parlamentari un ritocco, messo a punto
dall'avvocato Lucrezia Mollica, alla legge 184/83 che regola la materia:
«Qualora l'affidamento di un minore si risolva in un'adozione, a causa
del mancato recupero della famiglia d'origine, vanno protetti i rapporti
instauratisi nel frattempo tra affidati e membri della famiglia
affidataria. Va quindi favorita la permanenza del bambino nella famiglia
in cui egli già si trova; ove ciò non sia possibile, va comunque
tutelato il mantenimento di un rapporto affettivo con la famiglia
affidataria, nelle forme e nei modi ritenuti più opportuni dagli
operatori, dopo aver ascoltato la famiglia affidataria stessa e la
futura famiglia adottiva». Buon senso. Solo buon senso.
Gian Antonio Stella
|
|