PAPA' SEPARATI E FIGLI onlus

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6/5/10

Il "giudizio familiare". Esito già noto, giudice superfluo - di Salvatore Garofalo

La natura dell'uomo, a seguito di convenzioni sociali vecchie come il mondo sapiens, ama dirimere i contenziosi per mezzo di qualcuno che funga da giudice-arbitro. Questi, nei paesi evoluti e democratici, è una figura che garantisce la terzietà e la neutralità di chi deve assumere decisioni per conto di altri e valutare l'oggetto del contendere.

Anche nello sport e in altre attività umane è necessario l'arbitraggio. Il giudice terzo deve avere degli strumenti affinchè le sue decisioni abbiano forza e i provvedimenti adottati siano operativi.

Questi strumenti si chiamano leggi e decreti, e sono prodotti dal parlamento. La loro applicazione è funzionale al sano e corretto svolgimento della vita democratica di un paese.

Però, come in tutte le organizzazioni umane, l'ingranaggio talvolta non funziona, come nel caso del Diritto di Famiglia.

In questa area giuridica, infatti, un soggetto di sesso maschile inizia l'iter della separazione coniugale conoscendo in anticipo come andrà a finire il processo. Anche l'avvocato gli ha esposto, in linea di massima, ciò che certamente accadrà.

Anche un soggetto di sesso femminile conosce perfettamente ciò che otterrà. Peraltro, il secondo soggetto è consapevole del fatto che potrà fare qualunque dichiarazione, e chiedere tutto quello che vuole, in forza della tutela garantita al suo “essere madre”.

Pertanto, già in origine del “processo familiare” esistono due differenti approcci perfettamente precostituiti, a cui corrispondono due stati d'animo simmetricamente diversi, l’uno soccombente e intimorito, e l'altro spavaldo e vincente.

Queste condizioni psicologiche, così fortemente asimmetriche, dipendono da un evidente “condizionamento giudiziario”. La donna-madre è cosciente di sicure certezze: i figli le vengono di fatto affidati con il c.d. domicilio prevalente (“legiferato” dalla Magistratura), riceverà un assegno di mantenimento, anche a parità di reddito, barba alla legge vigente.

Otterrà la casa anche se non vi abita stabilmente, potrà portare i figli a centinaia di chilometri di distanza dal padre senza che le accada nulla, e in quei rari casi in cui lo chiederà al giudice, questi lo concederà quasi sempre.

Avrà il linguaggio del genitore dominante - oggi i bambini non te li faccio vedere, se insisti vado dal giudice, sai che mi da ragione - il giorno perso non te lo faccio recuperare, non ti spetta…- oggi i bambini rimangono con me, ci sono le zie che vogliono vederli - e così via all'infinito.

E' a conoscenza che il ritardo nella riconsegna dei bambini può essere causa di richiamo da parte del giudice, e quindi potrà strumentalizzarlo senza timore. Viceversa, se non si fa trovare a casa per la consegna dei figli al padre, sa che non le accadrà nulla.

Qualunque dichiarazione nei confronti del padre scatenerà un iter giudiziario lunghissimo e dall'esito incerto. Incredibilmente, la “partita familiare” comincia con un punteggio acquisito di otto a zero.

In nessuno arbitrato che si rispetti vi è tanto svantaggio per una delle parti, ma le alchimie del giudizio di famiglia arrivano fino a questo.

Altrettanto incredibilmente, in un paese civile come il nostro l'arbitro accetta di giocare la partita sapendo che una delle due squadre ha tutti i giocatori azzoppati.

E’ scandaloso che, in quello stesso paese civile in cui viviamo, l'arbitro conosca già l'esito della partita, ma venga impiegato (e pagato) ugualmente.

 

 

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