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Il "giudizio familiare". Esito già noto, giudice superfluo - di
Salvatore Garofalo |
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La natura dell'uomo, a
seguito di convenzioni sociali vecchie come il mondo sapiens, ama
dirimere i contenziosi per mezzo di qualcuno che funga da
giudice-arbitro. Questi, nei paesi evoluti e democratici, è una figura
che garantisce la terzietà e la neutralità di chi deve assumere
decisioni per conto di altri e valutare l'oggetto del contendere.
Anche nello sport e in altre attività umane è necessario l'arbitraggio.
Il giudice terzo deve avere degli strumenti affinchè le sue decisioni
abbiano forza e i provvedimenti adottati siano operativi.
Questi strumenti si chiamano leggi e decreti, e sono prodotti dal
parlamento. La loro applicazione è funzionale al sano e corretto
svolgimento della vita democratica di un paese.
Però, come in tutte le organizzazioni umane, l'ingranaggio talvolta non
funziona, come nel caso del Diritto di Famiglia.
In questa area giuridica, infatti, un soggetto di sesso maschile inizia
l'iter della separazione coniugale conoscendo in anticipo come andrà a
finire il processo. Anche l'avvocato gli ha esposto, in linea di
massima, ciò che certamente accadrà.
Anche un soggetto di sesso femminile conosce perfettamente ciò che
otterrà. Peraltro, il secondo soggetto è consapevole del fatto che potrà
fare qualunque dichiarazione, e chiedere tutto quello che vuole, in
forza della tutela garantita al suo “essere madre”.
Pertanto, già in origine del “processo familiare” esistono due
differenti approcci perfettamente precostituiti, a cui corrispondono due
stati d'animo simmetricamente diversi, l’uno soccombente e intimorito, e
l'altro spavaldo e vincente.
Queste condizioni psicologiche, così fortemente asimmetriche, dipendono
da un evidente “condizionamento giudiziario”. La donna-madre è cosciente
di sicure certezze: i figli le vengono di fatto affidati con il c.d.
domicilio prevalente (“legiferato” dalla Magistratura), riceverà un
assegno di mantenimento, anche a parità di reddito, barba alla legge
vigente.
Otterrà la casa anche se non vi abita stabilmente, potrà portare i figli
a centinaia di chilometri di distanza dal padre senza che le accada
nulla, e in quei rari casi in cui lo chiederà al giudice, questi lo
concederà quasi sempre.
Avrà il linguaggio del genitore dominante - oggi i bambini non te li
faccio vedere, se insisti vado dal giudice, sai che mi da ragione - il
giorno perso non te lo faccio recuperare, non ti spetta…- oggi i bambini
rimangono con me, ci sono le zie che vogliono vederli - e così via
all'infinito.
E' a conoscenza che il ritardo nella riconsegna dei bambini può essere
causa di richiamo da parte del giudice, e quindi potrà strumentalizzarlo
senza timore. Viceversa, se non si fa trovare a casa per la consegna dei
figli al padre, sa che non le accadrà nulla.
Qualunque dichiarazione nei confronti del padre scatenerà un iter
giudiziario lunghissimo e dall'esito incerto. Incredibilmente, la
“partita familiare” comincia con un punteggio acquisito di otto a zero.
In nessuno arbitrato che si rispetti vi è tanto svantaggio per una delle
parti, ma le alchimie del giudizio di famiglia arrivano fino a questo.
Altrettanto incredibilmente, in un paese civile come il nostro l'arbitro
accetta di giocare la partita sapendo che una delle due squadre ha tutti
i giocatori azzoppati.
E’ scandaloso che, in quello stesso paese civile in cui viviamo,
l'arbitro conosca già l'esito della partita, ma venga impiegato (e
pagato) ugualmente.
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