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CASSAZIONE: MUSULMANO MALTRATTA FAMIGLIA,
NO SCONTO PENA |
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Non ha alcuna rilevanza la "diversita' culturale e
religiosa" ai fini di una condanna per maltrattamenti in famiglia
inflitta a un musulmano, soprattutto quando le sue condotte contrastano
con i nostri principi costituzionali. Lo sottolinea la Cassazione,
confermando la condanna a 2 anni, 6 mesi e 20 giorni di reclusione
inflitta dalla Corte d'appello di Torino ad un cittadino marocchino per
maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e sequestro di persona ai
danni della moglie e violazione degli obblighi di assistenza familiare
nei confronti della consorte e del figlio minorenne. Contro tale
verdetto aveva presentato ricorso a 'Palazzaccio' il difensore
dell'uomo, rilevando che il giudice del merito "in punto di rapporti e
relazioni socio/affettive tra coniugi e rapporti economici
genitori/figli" aveva, a suo parere, "applicato schemi valutativi tipici
della cultura occidentale" senza rispettare "le esigenze di integrazione
razziale" e senza pesare "la diversita' culturale e religiosa" che aveva
improntato le condotte dell'imputato, ponendo cosi' in essere un
"pregiudizio etnocentrico". La Suprema Corte (sesta sezione penale,
sentenza n.46300) ha rigettato il ricorso, evidenziando che "l'assunto
difensivo secondo cui l'elemento soggettivo del delitto sarebbe escluso
dal concetto che l'imputato, quale cittadino di religione musulmana, ha
della convivenza familiare e delle potesta' anche maritali, a lui
spettanti quale capo-famiglia (concetto abbondantemente differente dal
modello e dalla concezione corrente nello Stato italiano) non e' in
alcun modo accoglibile", poiche', osservano gli 'ermellini', "si pone in
assoluto contrasto con le norme cardine che informano e stanno alla base
dell'ordinamentogiuridico italiano e della regolamentazione concreta dei
rapporti interpersonali".
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