Linea dura della cassazione
sulle violenze contro il partner. Infatti, i maltrattamenti all’interno
di una coppia devono essere considerati maltrattamenti in famiglia anche
se i due non convivono.
E’ quanto ha stabilito la Suprema Corte che, con la sentenza 24668 di
oggi, ha accolto il ricorso di una giovane di Bologna picchiata più
volte dal fidanzato. La ragazza impugnava la sentenza con cui la Corte
d’Appello del capoluogo emiliano escludeva la sussistenza del reato di
maltrattamenti in famiglia non avendo ravvisato uno stabile rapporto di
comunità familiare tra l’imputato e la parte offesa, nonostante i due
avessero una relazione sentimentale e la donna frequentasse assiduamente
la casa del compagno. La quinta sezione penale ha dato ragione alla
donna, precisando che non è necessaria la convivenza della coppia
affinché possa configurarsi il reato di maltrattamenti in famiglia. Tra
i due vi era una relazione, sia lui che lei frequentavano con regolarità
le reciproche abitazioni, anche trattenendosi a dormire, e questo
bastava a definire le botte subite dalla ragazza non come semplici
lesioni, ma come maltrattamenti in famiglia. I giudici di legittimità
hanno quindi concluso che “ai fini della configurabilità del reato di
maltrattamenti in famiglia non è necessaria la convivenza o
coabitazione, essendo sufficiente che intercorrano relazioni abituali
tra il soggetto passivo e quello attivo, dal momento che oggetto di
tutela dell’art. 572 c.p. sono le persone della famiglia, ove per
famiglia non si intende soltanto un consorzio di persone avvinte da
vincoli di parentela naturale o civile, ma anche una unione di persone
tra le quali, per intime relazioni e consuetudini di vita, siano sorti
legami di reciproca assistenza e protezione e di solidarietà”.
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